18 aprile 2012

Un tempo ero una ragazza felice. Poi sono entrata in Rassegna Stampa


C'era un tempo in cui dormivo di giorno e vivevo di notte.
In realtà non è poi cambiato molto, se non per il fatto che ho cambiato i tempi. Svegliarsi prima dell'alba è pur sempre da considerarsi notte. Io mi sveglio alle 5, sono in ufficio alle 6 e fuori alle 10 se tutto è filato liscio. Ergo, continuo a vivere di notte, ma non dormo di giorno e faccio un altro lavoro nel pomeriggio. Ho smesso di dormire e basta. Semplice, come le occhiaie che ormai mi fanno compagnia quando sono sola, o con gli amici, o che mi sollevano il morale se all'improvviso casco con la testa di lato per un colpo di sonno. "Manu, ma dormi?" sento sussurrare qualcuno mentre siamo al ristorante, in attesa della metro, al bar, a una mostra, in giro. "No, pensavo solo a occhi chiusi" rispondo pronta io. Ma in realtà fingo palesemente: la botta di sonno è infame.

Insomma nella mia vita sono cambiati solo orari e tempi. Alla parola "Il Tempo" ora però ho quasi un sussulto. Mi sovviene alla mente quell'adorabile testata romana, diretta da Mario Sechi, di cui ho l'onore di poter leggere gratis i suoi editoriali. Già gratis e mi pagano anche per farlo. Perché se solo dovessi investirci un euro, piuttosto preferirei essere legata come Alex di Arancia Meccanica e subire la Cura di Ludovico con Uomini & Donne. La Rassegna Stampa è un lavoro affascinante, specie in un Paese in cui la libertà d'informazione crolla in picchiata libera. Un piattume generale incolla fiumi d'inchiostro su pagine di carta. Sono poche le considerazioni interessanti, gli articoli che arrivano in profondità, i pezzi che "fanno i nomi" senza offendere l'intelligenza di chi, leggendo, prova a dare un minimo di senso rispetto al contesto. Che poi, mica di carta stiamo parlando, ormai è tutto in versione PDF. Che poi ti chiedi cosa cazzo ci fanno con tutti sti cazzo di fondi all'editoria, se oggi si stampano sempre meno copie e lo stipendio per un giornalista, o quel che sarà di un pubblicista, "normale", è roba da far impallidire anche i neon delle discoteche. Ma poi guardi in faccia Lavitola e sai già che la domanda è retorica.
I giornalisti. Io sono entrata in Rassegna Stampa per avere un contratto e un lavoro retribuito, mentre prendevo tempo per capire cosa cazzo succederà in Italia con sti tesserini e un'Ordine che proprio non si vuole raddrizzare. Oggi, più leggo, più compongo notizie per i clienti, più sbircio tra testate nazionali e regionali, e più mi rendo conto che la stampa, non è fatta di sola rassegna, ma di totale rassegnazione. Rassegnata, ma non come Milena Gabanelli che con i suoi controcoglioni continua a mandare in onda su Rai3 inchieste degne di essere chiamate come tali. Quel cazzotto in faccia della domenica sera. Quel cocktail al cianuro prima dell'inizio settimana lavorativa. Accendi la tv, sintonizzi su Rai3 e via col veleno della tua società che puzza come il pesce: dalla testa ai piedi. Qualcuno si prende ancora la briga di seguirle e pubblicarle le inchieste. Ma nessun altro di "dovere", si prende la briga di cancellargli quel nome e rendere giustizia.
E così, passata la domenica, il lunedì torni al lavoro per la tua bella Rassegna Stampa. Lei nei suoi PDF e nel suo programma di composizione, tu con la tue mani sulla tastiera, gli occhi nascosti dietro gli occhialoni, assonnati e affaticati sullo schermo nel recuperar le colonne che ti schizzano dal mouse per ricomporre gli articoli. Ma soprattutto, con la tua testa per ragionare.
Pensi che tu ora sei lì a far la rassegna, ma non ti puoi rassegnare. E seppur le cose non cambieranno, tu non puoi almeno non provarci. Magari un giorno, ci saranno meno Mario Sechi e più Milena Gabanelli. E allora potrai dire di aver almeno provato a fare un passo. In avanti però e non indietro. Perché a ritroso camminano solo i gamberi e gente come Sallusti, Feltri ed Emilio Fede.

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