07 dicembre 2011

Immigrazione: storie di una Napoli a “nero”


“La Rivoluzione sociale sarà morale, oppure non ci sarà”.
Charles Péguy

Camminano da soli, altre volte in gruppo. Parlano lingue diverse e sono figli di altri continenti o nazioni. La lingua per la maggior parte di loro non è mai stata un ostacolo, perché parlano e comprendono abbastanza bene l’italiano. Arrivano qui, con la speranza di cambiare il proprio destino o per garantire un futuro migliore alla propria famiglia, ma ogni giorno sono messi a dura prova contro una delle forme di violenza più cinica e dolorosa: l’integrazione. Lo stereotipo incombe sulle loro teste come una nuvola nera, non facendo differenze, né sconti. Le tradizioni, la cultura, il colore della pelle, la fede religiosa, sono tutti tasselli che non compongono lo stesso mosaico, ma piuttosto richiamano a necessità ed esigenze diverse, in cui il termine “immigrato” è troppo semplicistico e si svuota del suo significato.

Nell’epoca in cui la tecnologia azzera le distanze, l’esclusione sociale e la non “accettazione dell’altro” affondano in radici ben più solide. I complessi mutamenti intervenuti in poco meno di un trentennio in materia “immigrazione” hanno profondamente modificato l’entità del fenomeno migratorio nella regione Campania, trasformandolo da fattore congiunturale, a consolidato elemento strutturale della società stessa. Una trama d’insediamento che si stringe e si consolida negli interstizi della grande area metropolitana che da Caserta giunge sino a Salerno, concentrandosi soprattutto a Napoli. Sono tutti alla ricerca del permesso di soggiorno che varia in funzione delle motivazioni per cui viene rilasciato: per un lavoro stagionale, la durata varia dai 6 ai 9 mesi, a seconda del tipo di lavoro svolto; per un lavoro autonomo, o dipendente, o per il ricongiungimento familiare ha invece una durata di 2 anni. Tra i titolari di permesso di soggiorno, la maggior parte dei casi è da attribuirsi a motivi di lavoro dipendente, mentre è molto modesta la quota di coloro che lo possiedono per motivi familiari. La posizione geografica, la domanda di lavoro irregolare, la possibilità di alloggio nel tessuto abitativo degradato, l’apparente promiscuità dei centri urbani, sono tutti fattori che hanno contribuito a trasformare la Campania, in una delle mete d’immigrazione irregolare.

Convivere è la regola per gli immigrati che vivono in Campania. Si vive in tre, in quattro, ma anche in cinque. C’è chi riesce ad affittare una stanza, chi soltanto un letto, chi si arrangia. Occupano case vecchie e degradate, palazzi pericolanti, edifici industriali abbandonati.
Un affitto in media può costare anche solo 100 euro, ma il bagno in comune è forse l’unico servizio messo a disposizione, perché molti appartamenti sono privi di un’adeguata aerazione e appena la metà dispongono dell’allaccio al gas. La casa rappresenta per loro un’idea di normalità che i più fortunati riescono a condividere con altri connazionali. La possibilità di poter parlare la stessa lingua, avere le stesse usanze e condividere momenti di socialità, crea un gruppo di riferimento in cui l’immigrato s’identifica, garantendo i presupposti per un reciproco scambio d’aiuti e di fiducia, ma che di fatto, li esclude dalla condivisione e socialità con i vicini inquilini campani. La convivenza forzata e il disagio abitativo tra immigrati di nazionalità diverse, contribuisce invece a una doppia esclusione. Vivere in un Paese lontano dalle famiglie, svolgere un lavoro non appagante con il solo scopo di ottenere una retribuzione monetaria, condividere il proprio habitat (disagiato) con persone di culture e tradizioni diverse, emargina l’immigrato sia da un suo possibile nucleo di riferimento nel Paese in cui si è trasferito, sia dalla popolazione del Paese stesso. A Napoli e più in generale in Campania, gli immigrati ormai accedono anche ai cosiddetti “lavori inventati”: lavavetri ai semafori, parcheggiatori abusivi, venditori ambulanti, praticanti dell’accattonaggio all’esterno dei supermercati. Mentre le esasperazioni indotte dalla legislazione e dalla mancanza d’interventi concreti da parte delle istituzioni, portano sempre più cittadini stranieri ad accettare compromessi anche con la malavita.
In campagna come in fabbrica, in casa come in laboratorio, l’impiego di un immigrato risponde solo a un requisito: manodopera a basso costo. Un circolo vizioso e a “nero”, in cui la crisi economica fa da sfondo innescando un fenomeno che la sociologia identifica con il razzismo concorrenziale, ovvero un’aperta competizione tra lavoratori migranti e quelli italiani, che perdendo il lavoro o finendo in cassa integrazione, sarebbero disposti a occupare interi comparti occupazionali, che in passato avrebbero rifiutato e riservato all’impiego degli immigrati.

Judi ha 23 anni, è nigeriano e ha l’aspetto curato. E’ in Italia da tre anni, il suo italiano ha uno spiccato accento francese e in un portafoglio conserva la foto della fidanzata e del loro bambino. Ogni mese gli invia i soldi grazie a una carta postpay, l’unica che possiede. Condivide una casa con due amici, un ragazzo e una ragazza della sua stessa nazionalità, ma si sta preparando per l’arrivo in Italia della sua famiglia: a novembre si sposa. Nel nostro Paese è conseguito il ricongiungimento familiare agli immigrati che dimostrano di avere a disposizione, in affitto o in proprietà, un’abitazione adeguata alle esigenze del nucleo familiare. Abbassa gli occhi e lo sguardo si fa incerto, quando gli chiedi se “è messo a posto”, lui risponde di “si”, ma dice che in Italia “nessuno vuole metterti a posto”. Racconta che appena arrivò qui, cominciò con la vendita dei cd, ma erano sempre guai con la Finanza e la Polizia Municipale, poi ha cominciato a fare il muratore, ma adesso “c’è poco lavoro”. Ha cambiato più volte casa, spostandosi nei pressi del cantiere dove lavorava. Napoli gli piace, ha conosciuto tante persone e sogna un futuro qui con la sua famiglia. Quando ti saluta, ti stringe forte la mano e sorride, “voi non vi salutate così?!”.

Kamir arriva dal Maghreb. Di Napoli al momento conosce solo il centro storico, perché è qui da pochi mesi grazie a un amico che è già in Italia da 5 anni. Ci spiega che non c’è nessun lavoro per lui adesso ed è il motivo per cui gli hanno suggerito di cominciare a fare il lavavetri a piazza Garibaldi. Con la pioggia o sotto il sole, secchio d’acqua e spatola sotto braccio, Kamir ogni giorno sceglie il suo semaforo, aspettando che, prima o poi, arrivi anche la sua occasione. Kamir è giovane, timido e parla ancora poco l’italiano, mentre Asad è un fiume in piena. Vorrebbe avere degli amici italiani e vivere in una casa normale. Per la sua religione, non potrebbe né frequentare, né sposare una ragazza italiana, ma nel suo Paese non vuole tornarci più. Il “palazzo antico” in cui dice di vivere è in realtà un palazzo fatiscente a ridosso di piazza Mercato. Riesce a pagarsi un letto, vive con altri ragazzi africani come lui e la sera, racimolati i soldi della giornata, escono tutti insieme per perdersi nei vicoli del centro storico, confondersi tra i ragazzi e provare a respirare un po’ di normalità, ma “avere amicizie con gli italiani è molto difficile”. Accanto a loro due c’è Dalmar, lui l’italiano lo sa parlare benissimo, ma preferisce non farlo perché “parlare porta solo più guai”.
Sono tutti spaccati di vita che osservi da dietro un vetro, in uno sguardo fugace lungo le strade, fermo al rosso di un semaforo. Sono vite che non hai mai vissuto, storie di cui non senti parlare, ma ne puoi percepire la terribile e immutata realtà.

Riproduzione cartacea da Lo Strillo - periodico d'informazione, turismo ed attualità

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