07 settembre 2011

Dal Sud America la storia di una “compañera” speciale: Camila Vallejo come il subcomandante Marcos

C’è una ragazza (una Donna in verità, a parere di chi scrive) che in Cile sta mettendo in seria difficoltà il governo neoliberale del miliardario Sebastián Piñera. L’80% degli impiegati pubblici avrebbe aderito allo sciopero generale del 24 agosto a Santiago, la capitale cilena in cui decine di migliaia di persone hanno sfilato per la scuola pubblica.

Bella storia, si dirà. No, storia meravigliosa, se contestualizzata rispetto ad un continente, quello latinoamericano, dove la parola “comunista” è stata bandita da decenni. E soprattutto, “meravigliosa” se contestualizzata rispetto alla situazione degli studenti cileni, costretti a pagare tutti i livelli scolastici (le rette dell’Università “statale” arrivano fino a 1000 euro al mese, costringendo le famiglie cilene ad indebitarsi per decenni). Da quattro mesi gli studenti cileni occupano circa settecento istituti, nell’ultimo mese hanno portato in piazza per ben tre volte duecentomila persone (non solo studenti ma anche famiglie e molti docenti) per chiedere una istruzione più equa. Sono numeri che hanno reso già celebre Camila, fino a novembre dell’anno scorso soltanto una studentessa della Facoltà di Geografia della Università del Cile, uno degli istituti più prestigiosi e barricaderi. Poi è stata eletta presidente della Fech, la Federazione degli Studenti dell’Università del Cile (la seconda donna presidente in 106 anni) e dopo qualche mese è diventata la leader della ribellione più massiccia e straordinaria del dopo Pinochet. Il “successo” Camila lo deve forse ad un’intervista alla CNN in cui spiega le motivazioni della protesta. Basta leggere i commenti di chi si innamora solo a sentirla parlare, lei che sa parlare bene. Molto bene. E lo sa. Sa di saper parlare e sa di essere bella. Talmente bella che anche il vicepresidente boliviano Álvaro García Linera se n’è dichiarato innamorato. E Camila fa fruttare il suo fascino in funzione della sua lotta politica, tanto che l’appoggio dell’opinione pubblica cilena agli studenti è salito all’80%, nonostante i cileni nel dopo-dittatura siano restii alle proteste (il ricordo del sangue dei desaparecidos è ancora vivo). Ma le immagini della lotta studentesca e della “bella col megafono” («Non ho scelto io il mio aspetto fisico, mentre ho scelto le ragioni della mia protesta») stanno spopolando in Cile come in tutto il continente. Figlia di comunisti, Camila vive con i genitori nel quartiere modesto di La Florida, a Santiago. A 18 anni ha letto Bakunin ed è stata fulminata dal modo in cui descriveva le strutture del potere. Qualche anno fa è entrata nella Gioventù Comunista e ancora oggi si considera soltanto l’espressione di una protesta che era comunque già pronta a esplodere. Di sicuro è un riferimento importantissimo per gli studenti, perché è decisa a divenire il primo nemico del “Berlusconi cileno”. E la sua decisione non conosce ostacoli: «Non ho un fidanzato perché non ho tempo. Anche la tesi di laurea ha deciso di rimandarla a tempi migliori». Della storia di questo personaggio, al momento il più celebrato dell’America Latina (in lotta da 30 anni contro il neoliberismo) e secondo molti “erede moderno” del subcomandante Marcos (con le dovute proporzioni, è chiaro) in Europa non ve n’è quasi traccia. Forse perché Camila non vuol fare la soubrette. E nemmeno la velina. Decisamente no.

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