04 aprile 2011

Primo Levi. Se questo è un uomo

Levi scrive questo romanzo appena fa ritorno dal campo di concentramento di Auschwitz in Polonia, narrando tutti gli orrori e le follie che ha visto durante la sua permanenza al Lager.
Il racconto inizia quando l’autore è catturato dalle milizie fasciste nel dicembre del '43 ed avviato temporaneamente nel campo di concentramento di Fossoli, nell’attesa di partire poi per la Polonia.
Tutti i prigionieri erano inconsapevoli di quello che avrebbero incontrato in seguito, ma se ne accorsero ben presto, quando iniziò il viaggio “maledetto”. Tutti i prigionieri furono stipati in vagoni merci in condizioni disumane:senza acqua, cibo e spazio per muoversi. Dopo questo terribile viaggio il treno arrivò ad Auschwitz dove gli uomini furono divisi dalle donne e dai bambini e si procedette alla selezione di chi era adatto a lavorare, di chi era destinato alle camere a gas e ai forni crematori di Birkenau.
Levi fa notare la beffarda scritta all’ingresso del Lager “il lavoro rende liberi”che gli rimarrà impressa per tutta la vita. Appena arrivati i prigionieri intuiscono in quale inferno sono arrivati: assetati dopo tre giorni senza poter bere sono messi in una stanza con un rubinetto ma non possono bere perché l’acqua è inquinata. Sono cancellate le differenze individuali fra i prigionieri: furono rasati, vestiti con casacche lacere tutte uguali e veniva tolto loro anche il nome, infatti erano marchiati proprio come il bestiame con un numero indelebile che sarà il loro unico segno di riconoscimento. Levi si accorse ben presto delle condizioni del campo: i prigionieri erano spogliati dei loro averi, vestiti con misere casacche nel freddo inverno polacco, dovevano sottostare ai ferrei regolamenti, a volte anche dal sapore beffardo come fare alla perfezione i letti, rispondere sempre Jawol “sissignore” e non fare mai domande.
Fra i vari internati del Lager, criminali comuni e politici, gli ebrei erano quelli più disprezzati e maltrattati. Ogni giorno erano sottoposti ad un lavoro in condizioni di schiavitù, senza sosta sotto le percosse dei tedeschi. Sostenuti solo da un tozzo di pane e un po’ di zuppa, vivevano in baracche sovraffollate dove in una cuccetta dovevano dormire più persone; le latrine in condizioni igieniche disumane avevano scritte beffarde che incitavano all’igiene. Solo chi era in salute e sapeva ridurre al minimo lo spreco di forze ed energia poteva sperare di sopravvivere, altrimenti era destinato a morte certa.
I prigionieri sono distrutti come esseri umani, non hanno più in nome e pur di sopravvivere compiono qualunque atto, si deve imparare a rubare senza essere derubati. Nel Lager non c’è spazio per la solidarietà: arrivare vivi al giorno successivo è la cosa più importante per ogni prigioniero, nessuno pensa più al futuro o ha illusioni se quell’ inferno finirà oppure no, non c’è tempo di riflettere su ciò che si era diventati. Tutto diventa utile nel Lager e anche il bene più insignificante può essere fondamentale. Nasce così un commercio di oggetti di ogni genere. Fil di ferro per legare le scarpe, razioni di pane in cambio di un cucchiaio….Nonostante ciò, Primo conosce alcune persone con le quali intreccia buoni rapporti e ringrazia di aver avuto amici come Alberto e Lorenzo che lo hanno aiutato a sopravvivere.
Lorenzo in particolare era un muratore italiano che lavorava per un’impresa che aveva trasferito ad Auschwitz e fornisce a Levi per sei mesi aiuti e conforti senza ricevere nulla in cambio.

Ve ne consiglio vivamente la lettura.

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mazzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato :
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricatevi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

4 commenti:

  1. Ho appena finito di leggere questo libro che per un motivo o per l'altro non avevo mai avuto modo di leggere prima.
    Che dire?
    Le parole non basterebbero da sole a far capire quanta sofferenza e quanta malvagità hanno potuto perpetuare i tedeschi su della povera gente che aveva il "demerito" di essere di razza ariana o discendenti da essa.
    Chi non l'ha ancora letto lo faccia, il racconto procede fluido e si legge in un attimo, quello che conta poi è riflettere e rapportare il tutto ai mille agi della vita odierna, forse, anzi, sicuramente è anche per questa gente che noi oggi viviamo degnamente e con mille comodità.

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  2. Caro Anonimo,
    ti consiglio anche la lettura di "L'amico ritrovato" di Fred Uhlman, per vedere la storia anche da un'altra angolazione, dalla parte degli ebrei di Germania e della vita di un ragazzino...

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  3. Ho letto il libro, e forse mi sono scappati anke troppi insulti per quei tedescki ke hanno provato piacere nel massacrare quella povera gente ke non aveva fatto assolutamente nulla. Mi è dispiaciuto tantissimo poi anke per la morte di Alberto.

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    1. ma non dire cosi non insulta tedeschi
      se oggi non ci sarano merda di ibrei almeno palestina stava tranquilla

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